Editoriale

di Fabrizio Ferrari

Lo scorso 8 marzo il Consiglio dei Ministri ha approvato il nuovo regolamento del Sistema Nazionale di Valutazione (SNV) su proposta dell’ex-ministro Francesco Profumo. Il regolamento incarica della valutazione tre soggetti: l’INValSI, l’INDIRE e il servizio ispettivo. L’INValSI avrà un ruolo di coordinamento, l’INDIRE un ruolo di supporto alle azioni di miglioramento, gli ispettori faranno parte dei nuclei di valutazione.

Come tutti sappiamo bene la valutazione è argomento assai complesso e delicato soprattutto quando si parla di servizio scolastico, servizio attraverso il quale la società impiega risorse pubbliche importanti per disegnare il proprio avvenire.

Ciò premesso, do il benvenuto a uno strumento di controllo capace di avviare una costruttiva riflessione su quali possano essere i lati oscuri del servizio di istruzione pubblica e in grado di orientare l’impiego di risorse evitando sprechi e cattive gestioni. Non bisogna dimenticare tuttavia il valore politico della valutazione di sistema e, dunque, viene da chiedersi: “Quali saranno i criteri impiegati per valutare le scuole?” E ancora: “Quali saranno gli strumenti impiegati?” Ma soprattutto: “Come verranno ripartite le risorse sulla base di risultati raggiunti dalle scuole?”

A livello internazionale ogni paese ha fatto le proprie scelte studiando un sistema di valutazione in base ai risultati da raggiungere e l’Italia ha scelto la triplice INValSI, INDIRE, Ispettori come elementi in grado di intervenire sulle modalità di gestione delle risorse e sugli orientamenti di politica scolastica. Non entro nel merito riguardo ai risultati attesi, ma un’importante assenza balza all’occhio: dove sono le autonomie scolastiche? L’INValSI, l’INDIRE, gli Ispettori... e le scuole?

A dirla tutta le scuole non sono completamente assenti, si parla di autovalutazione delle scuole nel regolamento: se ne parla all’articolo 6. Ma il rapporto di autovalutazione a cui si fa riferimento deve essere redatto dalle scuole sulla base dei dati forniti dal ministero attraverso l’INValSI, secondo un modello fornito dall’INValSI: forse potrebbe essere utile sapere, sempre dall’INValSI, anche cosa ci si aspetta che le scuole scrivano.

A questo proposito molte sono le domande da porre al Ministro e in attesa di risposta ma, cosa curiosa, il SNV è stato approvato dopo la sostanziale fine del governo Monti. C’è da chiedersi se un governo uscito sconfitto dalle urne possa assumersi in modo responsabile l’orientamento delle politiche scolastiche attraverso un importante strumento come quello della valutazione del sistema scolastico. La domanda rimarrà senza risposta, peccato.

Il governo Profumo passerà sicuramente alla storia per aver saputo mettere di nuovo il merito al centro con le procedure concorsuali per il reclutamento degli insegnanti; siamo già entrati nel merito del concorso sui precedenti numeri del notiziario, ora può essere più interessante andare a cercare se possano esserci linee di continuità o di discontinuità con le passate gestioni. Ecco allora profilarsi a chiare lettere come anche stavolta non si sia voluto ascoltare la scuola e non si sia saputo mettere mano a tutti i suoi gravi problemi.
Politiche di austerity e di revisione della spesa hanno concentrato sulle istituzioni scolastiche gran parte del loro peso, tagliando cattedre, bloccando il rinnovo dei contratti di lavoro, la progressione di carriera, aumentando ulteriormente il rapporto studenti/insegnanti e creando condizioni di lavoro sempre peggiori, oltretutto a fronte di una retribuzione oramai ai livelli degli anni ‘90.

Viene da chiedere come possano gli insegnanti continuare a lavorare in condizioni di stress economico, organizzativo, didattico e sociale quale quello attuale accentuato anche grazie agli orientamenti ministeriali.
Come molti insegnanti anche a me è capitato di visitare altre scuole in Europa e di ricevere la visita di colleghi di varie nazioni grazie a progetti di scambi internazionali, soprattutto in ambito Comenius. Vorrei portare qui lo stupore e l’ammirazione dipinto sui volti dei colleghi stranieri quando visitano le nostre scuole e ascoltano le nostre voci: “Come fate a raggiungere risultati tutto sommato nella media OCSE con scuole così fatiscenti, stipendi ridicoli, risorse tecnologiche e organizzative inesistenti per paesi avanzati?”
Mi sono sempre trovato in grande imbarazzo di fronte a queste domande.

Mi piacerebbe vedere il prossimo governo, il prossimo ministero dentro le scuole, ad ascoltare gli insegnanti che in questi anni, forse con ignavia, forse con coraggio, hanno saputo sopportare tagli continui alle risorse, hanno saputo continuare a lavorare in condizioni di edilizie precarie e drammaticamente pericolose, senza nessuna risorsa tecnologica e guardando le importanti risorse economiche spostarsi sempre più nel privato con aperto disprezzo del pubblico.

C’è anche chi reputa la classe insegnante come custode di numerosi privilegi e incapace di mettersi in discussione: non riesco a pensare a sordo peggiore di chi non vuole ascoltare. Come sarebbe la scuola se gli insegnanti avessero mollato la presa e l’avessero lasciata in balia delle miserie ministeriali senza prendersi la responsabilità delle future generazioni?
Ancora in questo anno scolastico si sono abbattuti i tagli al Fondo per le Istituzioni Scolastiche (FIS), fondo attraverso il quale gli insegnanti possono garantire la sopravvivenza di numerosi progetti interni alla scuola: cosa rimane alle nuove generazioni?

Gli insegnanti hanno dimostrato grande responsabilità, hanno cercato di mettere in luce i profondi limiti delle politiche di risparmio.

Non resta la speranza, ancora una volta, di un nuovo governo capace di prendere le redini della scuola, magari proprio discutendo degli strumenti di valutazione di sistema.

Mi piacerebbe sentire il nuovo ministro chiedersi: “Come posso migliorare il sistema nazionale di valutazione in modo da raccogliere le reali necessità della scuola?”. Gli risponderei: “Cominciando ad ascoltare gli insegnanti”.