I care... (Don Milani) - (Dedicato a tutti gli insegnanti come viatico per l'anno scolastico)

Premessa

Una telefonata della Cisl Scuola mi propone una corsa a Roma: un Convegno nel trentennale della legge 517/‘77 (la legge che, tra l’altro, introdusse la nuova valutazione degli alunni e l’inserimento dei disabili nelle classi comuni). Non so se accettare, diviso tra il piacere di incontrare vecchi amici in un luogo che più rivedi e più ami e la noia di assistere all’ennesima liturgia di parole, parole di teorici, di politici, di pedagogisti… Poi la curiosità ha il sopravvento e finisco col partire.

Contro ogni logica aspettativa, vengo coinvolto in una esperienza tanto breve quanto intensa e pregnante, così da indurmi a scrivere questa breve riflessione.

Ci sono particolari convergenze di avvenimenti, di atmosfere, di emotività in cui, per una felice concomitanza di accadimenti, ti è concesso di vivere momenti di particolare positività, come se, d’improvviso, la quotidiana banalità assumesse la dimensione irreale della fiaba.

Al mattino presto il "pendolino"corre tra i colli toscani, sotto un cielo primaverile trasparente che accarezza finalmente una terra verdissima, intrisa di pioggia recente.

Più tardi, nella solita trattoria, famosa per i "carciofi alla romana", l’inattesa telefonata di una cara insegnate che sente il bisogno di gridarmi la sua gioia per l’ottenuta adozione di due sorelline.

Comincio a pensare che esistono giorni in cui le congiunture astrali o forse il caso, riescono a infilare eventi fausti, difficilmente ripetibili e per questo forieri di misteriose attese.

Il convegno

Ma l’esperienza più interessante, sul piano umano e culturale, doveva raggiungermi durante il convegno iniziato nel pomeriggio, col solito, canonico ritardo romano, aggravato dalla gestione sindacale. Il simposio inizia con una comunicazione di Luigina Mortari, ordinaria all’Università di Verona ed è questa lezione a dare il senso ai lavori e a creare un’atmosfera che rompe la nostra routine pedagogica scientista, ancorata al "quantitativo" per aprire un orizzonte di valori qualitativi, ma non alieni, anzi, perfettamente congrui all’agire quotidiano della scuola. C’è un lungo approfondimento del concetto etico di "cura": cura come attenzione, interesse "all’altro", come imperativo morale che ha radici bibliche da un lato e classiche dall’altro. Si cita l’Apologia di Socrate "cura della virtù, della verità, della saggezza" e Cicerone, cura come "cultura animi", fino a Heidegger: educare come "scegliere di scegliere", "ascoltare la coscienza".

Cura come affanno, preoccupazione, pensiero per quel che conta. La mente corre a Don Milani in questo anno anniversario.

"I care": mi preoccupo di… Quel che conta qui è l’oggetto di cui si ha cura: può essere il denaro, il successo, la visibilità, il consumismo. Si citano sondaggi di adolescenti che sognano soldi, donne, auto, evasioni. O può essere cura "antropologica" per l’uomo, il bambino, il disabile, l’emarginato.

Va da sè che la scuola ha scelto, da sempre, questa seconda accezione. E, se non l’ha fatto, non è scuola, ma fabbrica perversa che produce robot per i miti dominanti, il mondo del mercato, individui incapaci di pensare e di amare.

Ancora cura "empatica" che sa accogliere l’altro senza atteggiamenti paternalistici o sostitutivi, cura come dimensione dell’emotività da parte di chi educa, che sa controllare la propria affettività per guidare il bambino a controllare la propria. Cura dell’altro che esige fiducia in sè, speranza non fatta di parole, tenerezza, quasi morbidezza che sa ricevere l’impronta del prossimo senza violentarne la personalità.

Dopo la suggestione, a sera, con gli amici, un momento di riflessione e di critica. A qualcuno sembra un appello sincero, ma scontato alla pedagogia neo idealistica dell’educazione come "atto di amore"; i più cercano ragioni e motivazioni che avvalorino la costate storica neo romantica e la attualizzino in un presente largamente influenzato dalla tecnica e dalla scienza, senza per questo assumere atteggiamenti apocalittici.

Io sono tra questi. E penso e sostengo che, senza nulla rinnegare dell’apporto positivo che le scienze pedagogiche, dalla psicologia alla docimologia, offrono alla scuola, occorra approfondire o riscoprire i valori che sono alla base della professionalità docente, valori sottesi dalla metafora dell’ "I care". L’interesse al proprio lavoro, la tensione verso l’altro, la speranza di futuro, la formazione continua, l’interazione coi colleghi, il coraggio di perseverare e di superare le difficoltà…

Tutto questo rende perfettamente accettabile e condivisibile il patrimonio prezioso di mezzi tecnologici a disposizione della scuola.

Fin qui l’impostazione, il quadro d’insieme, direi l’atmosfera generale dell’incontro. Ma tutto questo può sembrare un appello accorato, ma ancora giocato sulla comunicazione verbale, sull’enunciazione di principi validi ma astratti e formali.

Quale riscontro nella realtà, quale concretizzazione possibile? Nella seconda sessione del Convegno, la risposta viene dalla comunicazione della madre di un bimbo disabile tetraspastico, ora scienziato di fama internazionale. È Lucia Frisone, madre di Fulvio di cui, recentemente, la TV ha presentato la vicenda nel film verità: "Il figlio della luna". L’anziana signora non ha studi particolari, non conosce nulla della pedagogia dotta, ha una scolarizzazione di tipo elementare. Parla un misto di italiano e siciliano, ha una capacità comunicativa, direi drammatica, di livello straordinario, dimostra un’intelligenza ed un carisma che ha dell’incredibile. La Signora parla a braccio per oltre un’ora, non ha sentito la lezione della prof. Mortari ma, inconsapevolmente, ci delinea una storia umana e pedagogica che è l’esemplificazione più convincente della "pedagogia della cura".

Fulvio non si muove, non si nutre, succhia il latte e lo rigetta,per anni non parla, ha una vita puramente vegetativa.

La madre "ha cura" di lui, lo osserva, lo studia, non si sostituisce al figlio, sa sperare, interpreta e dà consistenza educativa ad ogni suo segno di vita, escogita mezzi e strumenti di recupero, abbozza una sua elementare, pragmatica didattica. Mobilita la famiglia e il quartiere. Lotta contro le istituzioni e la scuola che lo accetta con diffidenza (siamo nella Sicilia degli anni ‘60) Muove il cielo e la terra e narra di un suo grido disperato di aiuto in una notte passata sul pavimento di una chiesa.

La madre di quell’esserino che spera oltre ogni speranza ammira ora suo figlio scienziato che studia la fusione dell’atomo in un apposito Istituto. L’uditorio è come rapito e la tensione ti trasporta nella cavea di un teatro greco.

Qui la "Pedagogia della cura" ha dato prova della sua concretezza. Vorrei avere la capacità di trasmetterla con la stessa intensità con cui mi è stata comunicata.

Gianluigi Camera