La Sindone: arte e fede

Oggi sono stato a rivisitare la Sindone, così come ho fatto nel ’78, nel ’98 e nel 2000.

L'argomento Sindone può interessare il lettore?

Penso che la risposta, almeno per molti, potrebbe essere: no. Tra le tante rispettabilissime ragioni di disinteresse, potrebbe, forse, esserci il fatto che il dolore e la morte stanno dentro e non fuori di noi o che i riti, i simboli ecc. ecc.

Non mi sento di contraddire chi la pensa così. Sento, invece, quasi il dovere di motivare le mia scelta opposta.

Io sento il bisogno, ogni tanto, di incontrarmi e misurarmi con il lutto e la morte: dico, di incontrarli all'angolo della strada per fare qualche riflessione, non di invitare a casa mia questi ospiti sempre sgraditi.

E questo non per un bisogno sadico. Né mi va di ricercare io stesso un'esperienza di dolore, sulla mia pelle.

Le cose negative ci raggiungono quando meno ce le aspettiamo. Non è il caso di invocarle. E allora?

Ecco: la Sindone è un segno del dolore, ne è come una proiezione immutabile nel tempo quasi ad indicare che la sofferenza accompagna l'uomo, ogni uomo nel suo cammino. Ma non è questa l'esperienza del mio dolore, in questo momento. Questa mi coinvolgerebbe al punto tale da impedirmi di riflettere e di pensare.

Quell'immagine è l'oggettivazione di un archetipo, ma è al di fuori di me, non mi tocca direttamente non mi fa piangere per una mia presente lacerazione.

È l'occasione espressa, codificata che mi sta davanti e mi permette di misurarmi col dolore e la morte.

Quel che non posso fare quando il lutto bussa alla mia porta mi permette, ora, con lucidità catartica, di collocare questa tra le tante realtà con cui devo convivere; anzi, sarà questa la realtà per eccellenza, con cui dovrò domani fare i conti.

E quel lungo, ordinatissimo percorso che ti inghiotte e ti sottrae al tripudio del verde dei giardini reali, sino alla penombra quieta del tempio, quel procedere lento e silenzioso con altri in una dimensione che sembra fuori del tempo è la metafora suggestiva del cammino dell'uomo (laico o credente che sia) verso il mistero che l'attende.

Mai come in quest'ultima visita ho avvertito il fascino di una emozione che mi ha commosso “usque ad lacrimas”: l'emozione di chi avanza come sospeso tra il presente e l'ignoto tra il poco che conosce e gli spazi incommensurabili del mistero. Ed io imparo a conoscerlo, il mistero, mi alleno nell'attesa di viverlo, lo trasformo, per un istante, in un mio compagno di viaggio.

Abbiamo imparato dall'arte ad apprezzare il linguaggio dei miti e delle metafore.

L'arte conduce per mano l'uomo e gli permette di incarnare l'astrattezza dei concetti: la bellezza, il sogno, l'amore, il dolore, la morte. L'arte rende tangibile e comunicabile ciò che la ragione pensa in astratto.

Non mi tocca più di tanto il problema dell'autenticità della Sindone. Chiunque sia l'uomo che l'ha segnata, quello è l'uomo del dolore, è il nostro fratello nella sofferenza, è il dolore fatto persona per essere capito dall'uomo. In lui riconosco le tante vittime di questo mondo. Lo schiavo, l'oppresso, l'emarginato, il violentato, il diseredato, l'affamato, il martire di ogni sopruso.

Avrei voluto una grande mostra fotografica delle tante forme di violenza di ieri e di oggi perché ognuna fosse confrontabile e identificabile con l'uomo della Sindone.

Non mi interessano i pur comprensibili e meritori tentativi scientifici di datare il telo o di scoprire il mistero della fissazione delle impronte.
Se la religione è mistero, come possono non esserlo i suoi segni?

Scrive giustamente Marco Bonatti (“La Voce del Popolo”- edizione speciale: 10 aprile - 23 maggio 2010): “Le conoscenze intorno alla Sindone crescono; si moltiplicano i campi di indagine (i pollini e il carbonio…) ma il mistero invece di sciogliersi sembra diventare sempre più fitto… Come se la conoscenza del Telo … non possa ridursi alle nozioni e alle notizie scientifiche… ma chieda di andare oltre, di scoprire altro.”

Questa sfida ad andare oltre - a mio giudizio - non può che essere raccolta dall'arte o dalla fede, o da entrambe. Non conosco altra forma nella cultura contemporanea che ci permetta di esplorare un campo diverso da quello delle scienze sperimentali.

Per l'uomo di oggi, l' “homo videns”, come è stato definito, attratto da tutto ciò che colpisce e stupisce attraverso la forma, il colore, l'apparenza, non importa se disgiunta da ogni riferimento di realtà o di valore, la Sindone può rappresentare una perfetta sintesi di contenuto e forma. Il dolore come contenuto e come valore e la sua rappresentazione fascinosa, autentica, indiscutibile, essenziale, misteriosa. L'arte - dice Lévi-Strauss - sa ritrarre la “densità” delle cose e delle relazioni. Dove il termine “densità” non indica un attributo misurabile delle cose, ma un modo specifico, originale della loro possibile rappresentazione estetica.

Attraverso la fede si può attingere alla provocazione del trascendente che si incarna e si fa compagno ai passi dell'uomo. Il credente sa vivere una dimensione diversa rispetto ai dati delle scienze sperimentali.

Sia l'una che l'altra via non sono di tutti, non sono per tutti, non sono per sempre, in ogni luogo, in ogni tempo.

Appartengono ai misteriosi percorsi del profondo della nostra coscienza. Poco hanno a che fare con le vie della ragione.

Gianluigi Camera