Editoriale

Recente è la notizia che il nuovo contratto del comparto scuola è stato firmato dalle no stre rappresentanze sindacali e di poco pri ma l'emanazione delle Nuove Indicazioni ministeriali per il curricolo.

Entrambi i documenti presentano molti aspetti positivi, ma, in complesso, ho avuto il dubbio che non si rivolgessero a noi inse gnanti.

Una piccola riflessione cronologica penso sia d'obbligo. Le organizzazioni sindacali hanno interrotto le trattative giusto prima delle vacanze estive e, appena dopo il rien tro estivo, hanno firmato il contratto sostan zialmente nella forma che era stata rifiutata pochi mesi prima. Il Ministero ha messo ma no alle Indicazioni Nazionali morattiane e in pochi mesi ha emanato un documento che le sostituisce integralmente, definendo l'asset to culturale che la scuola dell'obbligo deve avere, anche se in modo transitorio e la sciando ampio spazio alle autonomie scola stiche.

Io, come molti colleghi, mi sono un po' meravigliato dei tempi ristretti, ma poi ho letto e ascoltato i proclami sindacali e i pro clami ministeriali e sono andato a vedere co sa, in concreto stava dentro a questi due do cumenti così importanti per lo sviluppo del la nostra quotidiana professionalità.

Quello che ho trovato mi ha un po' rattri stato: non si parla della qualità professionale che tutti i giorni si esercita in classe; non si parla della ricerca che, con alunni e colleghi, si porta avanti per risolvere i crescenti pro blemi di disagio, malcostume e asocialità che lentamente stanno pervadendo tutte le scuole; non si parla degli elevati standard educativi e formativi che con la nostra pre parazione pedagogica, epistemologica e di sciplinare e con il costante aggiornamento manteniamo con fatica e impegno; non si parla di un riconoscimento del ruolo che ri copriamo all'interno del contesto sociale che lentamente si sta sgretolando.

Sembra che questi documenti parlino a insegnanti che, con poca preparazione e mezzi, mettano mano alla formazione di fanciulli e ragazzi alla meno peggio; sembra che parlino a insegnanti disaffezionati e che lavorino solo per uno stipendio risicato e in attesa della pensione; sembra che parlino a insegnanti che non ritengano più necessarie la formazione e l'aggiornamento per il ruolo che ricoprono e che considerino l'attività d'insegnamento un secondo lavoro, un pas satempo.

Se così fosse, in occasione del referendum sul protocollo welfare, avrebbe dovuto emergere molto chiaramente un dissenso, che invece non c'è stato.

Se allora i docenti che hanno votato, si so no espressi per un contributo personale, un proprio sacrificio di un piccolo pezzo dei propri diritti acquisiti e consolidati, in vista di un benessere sociale maggiore, allora gli insegnanti sono qualcosa di più.

Penso sia allora giunto il momento di ma nifestare il proprio dissenso verso un rinno vo contrattuale e verso delle Indicazioni Nazionali che non tengono conto della no- stra professionalità e del nostro lavoro qua lificato e socialmente responsabile.

Penso sia ora necessario fare sentire la pro pria voce ad un sindacato che, a prescindere dalle sigle, deve manifestare una maggiore responsabilità nei nostri confronti e lavorare per metterci nelle condizioni di avere un ruo lo istituzionale che ci permetta di intervenire meglio nella società, anche riconoscendo un maggiore ruolo davanti a studenti, genitori e società tutta, al di là dei proclami.

Ritengo che sia necessario faticare perchè l'attività didattica continui a mantenere un alto profilo sia a livello di formazione che di integrazione: non dimentichiamo che i pro grammi del 1985 non sono ancora stati abro gati e le indicazioni attuali, salvo alcuni pas saggi, si dimostrano, come detto, povere nei contenuti e incoerenti nello sviluppo dei percorsi di studio, soprattutto per quanto ri guarda il raccordo con i due anni della scuo la superiore, ora facente parte della scuola dell'obbligo.

L'integrazione è sempre partita dalla scuola e oggi nella scuola deve continuare a rivestire un ruolo fondamentale per impedi re il ritorno di condizioni di emarginazione e di discriminazione, dovute alle mutate condizioni economiche e agli importanti flussi migratori che si stanno affermando.

In questo momento grande aiuto può ve nirci dall'autonomia scolastica e dalla co struzione di reti di scuole, per continuare a mantenere alto il nome della scuola e il ruo lo che essa rappresenta, a prescindere dalle mistificazioni e dalle critiche che la travol gono.

Penso sia giunto il momento, nuovamen te, di rimboccarsi le maniche e fare sentire la propria voce.

Fabrizio Ferrari