Intervista al Prof. Claudio Marazzini

di Valeria Amerano

Né racconti né filastrocche, stavolta. Cominciamo dal principio. Cominciamo dal principio per riuscire a immaginare le premesse dell’evento che oggi irrompe col fragore del tuono fra le pagine sonnacchiose del nostro notiziario. E’ il pomeriggio del 12 gennaio 2017. Il Direttivo si ritrova intorno al tavolo lungo, nella luce livida della saletta generosamente prestata dalla storica Scuola Elementare Sclopis alla nostra Associazione.

Sulle pareti: disegni di bambini, un calendario, un orologio, le foto incorniciate dei professori defunti che nei decenni trascorsi prestarono presso la Tommaseo un’opera di formazione e informazione scrupolosa e gratuita per i maestri elementari. Siamo rimasti in pochi. Noi pensionati un po’ ci sentiamo reduci. I colleghi ancora in servizio stanno discutendo intorno ai progetti da presentare nelle scuole. Io, ad essere sincera, mi perdo. M’insinuo in una pausa della conversazione per tirare fuori quello che mi balla in testa da quando sono arrivata: - Sapete dove mi sarebbe piaciuto andare oggi?... Al Teatro Colosseo a sentire il Presidente dell’Accademia della Crusca sul futuro della lingua italiana”.

Sheila mi guarda con aria serena: - Il professor Marazzini! Vuoi metterti in contatto con lui? Ho la sua e-mail… Potresti chiedergli un’intervista per il notiziario.

Resto a guardarla attonita: lo stupore mi toglie la parola vedendola sfogliare tranquillamente un’agenda in cerca di un nome, collocato per me a distanze siderali. Già mi attanaglia l’inquietudine: non ho mai pensato di avvicinare un personaggio così illustre, non ho titoli io, ma intanto mi sfugge: “Sarebbe bello”. Torno a casa con in tasca un biglietto che brucia. Poi penso che il Professore avrà troppo da fare per rispondermi, per rispondere presto; e dunque avrò tutto il tempo di formulare le mie domande. Nei giorni seguenti indosso gli abiti curiali e mi metto a scrivere. Ripercorro tutti gli affanni del piccolo Proust quando doveva partire per Venezia o vedere la Berma al teatro. (Da sempre divido con gli artisti i malesseri ma non il talento). Non è stata una corrispondenza lenta, cari Soci. Il Professor Marazzini ha accolto la mia richiesta e risposto con inimmaginabile tempestività alle mie domande, trascurando sicuramente impegni più importanti. Nel ringraziarlo per il privilegio che ci ha accordato, riflettiamo sulle sue affermazioni e auguriamoci non debba dispiacersi troppo di comparire fra le pagine di un periodico dimesso come Nuova Vita Magistrale.

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La diffusione della tecnologia e l’abilità acquisita dai ragazzi nelle sue varie applicazioni quanto è costata (e quanto costerà) al possesso e all’uso corretto della lingua italiana?
Non sono tra coloro che vedono una contrapposizione tra tecnologia e competenza linguistica. Sono però anch’io testimone di un uso cattivo della tecnologia. Per esempio, sono emerse teorie folli che suggeriscono di non insegnare più la scrittura manuale, perché la scrittura oggi è tutta “digitata”. Ma se esistono alcuni imbecilli che aderiscono a simili teorie, non credo si debba attribuire responsabilità di ciò alla tecnologia in quanto tale, che invece è preziosa: basti pensare all’attuale perfezione dei programmi di scrittura e ai correttori automatici. Questi strumenti vanno però controllati e usati con coscienza: il correttore ortografico è oggi più utile del correttore grammaticale, che invece fornisce non di rado indicazioni discutibili.

Quali sono i fattori che maggiormente incidono sull’impoverimento di una lingua?
Sempre uno sopra tutti gli altri: la scarsità di cultura.

Il progressivo deterioramento dei programmi televisivi ha contribuito ad avvilire il linguaggio?
Sì, senza dubbio. Senza dimenticare, tuttavia, che la televisione è (come i giornali e come Internet) uno specchio della società. Vi si trova di tutto, il buono e il cattivo.

Abbiamo assorbito senza alcuna resistenza termini inglesi quando ne sarebbero esistiti di uguale significato in italiano. Perché, secondo Lei, questo disinteresse a difendere una lingua ricca e sfumata come la nostra?
È uno dei tanti esempi che si possono citare del provincialismo della nostra classe dirigente, soprattutto imprenditoriale. Pesa anche la scarsa lungimiranza di chi crede di non avere bisogno di una nazione, illudendosi che le nazioni siano finite e si viva esclusivamente in una idilliaca dimensione globale. Proprio questa mattina i giornali e i giornali radio raccontano la vicenda delle accuse tedesche all’industria italiana dell’auto: ecco una lezione sui rapporti tra globalizzazione e nazione, per chi sappia intenderla. Del resto basta pensare alla Brexit, piombata sulla testa di chi non era stato capace nemmeno di immaginarne la possibilità. Nel 2015 l’Accademia della Crusca ha pubblicato un libro elettronico (e-book), atti di un convegno svoltosi in Accademia e presso la sede fiorentina della Società Dante Alighieri: il libro confronta la diversa reazione agli anglicismi da parte di varie lingue romanze. L’italiano risulta la lingua più debole e meno reattiva rispetto a francese, spagnolo, portoghese e catalano. La lettura di questo libro credo sia molto utile ( http://www.goware-apps.com/la-lingua-italiana-e-le-lingue-romanze-di-fro... ). Dal convegno è nata anche la petizione di Anna Maria Testa “Dillo in italiano”.

Di quanti vocaboli dispone in media il corredo lessicale di un giovane?
Pare che molti giovani siano confinati nelle 2000 parole dell’italiano “fondamentale”. In pratica, non possono comunicare al di là del livello di sopravvivenza. Il rapporto PIAAC – OCSE 2013 mostra che gli italiani dai 16 ai 65 anni (non solo i giovani, dunque) sono all’ultimo posto per capacità di comprendere un testo scritto (si vedano i commenti dell’economista M. Pellizzari e del linguista A. Moro: http://www.lavoce.info/archives/13368/competenze-degli-italiani-siamo-i-... http://noisefromamerika.org/articolo/competenze-adulti-qualche-dato-piu ).
Io non so se questo rapporto sia affidabile in tutto e per tutto: ma certo anche Tullio De Mauro ne parlava con grande preoccupazione.

Possiamo sospettare che all’eccessiva semplificazione di una lingua si accompagni una superficialità nel pensiero e nell’agire?
Non possiamo “sospettare”, possiamo esserne certi. Un tempo gli incolti sapevano almeno usare in maniera splendida il loro dialetto materno e naturale. Per questo comprendevano bene quale fosse l’obiettivo da conseguire nel passaggio alla lingua nazionale. Il progresso sociale delle classi popolari ha seguito proprio questa strada, al tempo del movimento operaio (basti rileggere le pagine di Gramsci). Oggi l’individuo incolto, privo di una lingua nazionale ben conosciuta, privo del dialetto, spesso è anche privo della coscienza del proprio stato. Si sente appagato e contento. Felice, con il suo telefonino, a cui è appiccicato come a un talismano.

La rapidità della comunicazione ha danneggiato la capacità di esprimere e comunicare compiutamente. Dobbiamo accettarlo come il contrappasso inevitabile della comodità?
È vero che una lettera elettronica (e-mail) o un messaggino possono essere scritti con scarsa cura formale anche da chi è colto, ed è vero che la comunicazione meditata è il vero segreto della qualità. Manzoni, a chi gli chiedeva il segreto dello scrivere bene, rispondeva: “Pensarci su”. Chi ha chiaro tutto ciò, può affrontare con migliore coscienza critica il condizionamento della velocità, che pure esiste davvero. I danni saranno in questo caso limitati.

Cosa può proporre una buona scuola per far amare una buona lingua dagli studenti, pur rimanendo attuale?
Temo che “far amare” non possa essere il risultato di un metodo, ma solo della dote comunicativa di un insegnante dotato della vocazione giusta. Però si può ricorrere, si dovrebbe ricorrere, a figure di insegnanti con formazione migliore di quella di oggi: occorrono più competenze linguistiche e storico-linguistiche. Non basta la formazione letteraria generica. Non basta l’idea che la lettura piacevole (magari di libri di narrativa tradotti da altri idiomi e privi di spessore reale) possa sostituire competenze saldamente costruite su base logica, ai fini di una corretta capacità di comunicare, per iscritto e oralmente.

Claudio Marazzini - Professore ordinario di Storia della lingua italiana e Linguistica italiana nell’Università del Piemonte Orientale, presidente dell’Accademia della Crusca dal 2014, autore di oltre duecento pubblicazioni, condirettore della rivista “Lingua e stile”, socio corrispondente dell’accademia delle Scienze di Torino.