Dettato sì, dettato no

di Gianluigi Camera

Poco dopo l'inizio dell'anno scolastico, sui giornali è sbocciata all'improvviso una disputa sull'uso del dettato in classe. E ciò dopo che in Francia, dove vive un centralismo molto più accentuato che nell'Italia delle autonomie scolastiche, è stata impartita la disposizione dell'esercizio quotidiano della “dictée” scaturita dalla constatazione che un francese su due non padroneggia con sicurezza la lingua di Cartesio.

Misura inimmaginabile nella nostra scuola dove, dopo il rinnovamento degli anni ’60 e ’70, in nome della pur auspicabile creatività espressiva della lingua, si sono dimenticate tutte quelle prassi didattiche che potessero apparire - ed effettivamente lo erano - soffocanti della libera originalità espressiva dell'alunno.

Non si tratta - ritengo - di schierarci con manichei apriorismi per il dettato o per la libertà espressiva considerando inconciliabili le due posizioni. Si tratta invece di chiarire quale possa essere il rapporto tra i due aspetti dell'insegnamento/apprendimento linguistico, tra la comunicazione e le sue regole costitutive.

Nessuno mette in dubbio che la lingua sia essenzialmente comunicazione nutrita di originalità. Ma altrettanto ovvia è la considerazione che la comunicazione linguistica, nei suoi vari registri, debba obbedire a precisi codici socialmente accettati. La lingua come prodotto umano è sottoposta a canoni storicamente determinati e condivisi, mutevoli nel tempo (asse diacronico), ma validi e cogenti per comune convenzione in ciascun momento storico (asse sincronico).

Tornando alla complessità della competenza linguistica non è possibile negare che i due aspetti - quello formale delle regole e quello sostanziale dell'espressività - siano egualmente necessari. Una lingua senza regole è anarchica, ma se fatta di sole regole è prigioniera di se stessa.

Spetta ai docenti far capire agli alunni l'inscindibile nesso tra questi due momenti.

Spetta ai docenti utilizzare modelli ed espedienti didattici tali da rendere motivanti ed appetibili gli aspetti morfologici del discorso. Spetta ai docenti, innovando le vecchie prassi, garantire che la comunicazione linguistica tra emittente e destinatario sia percepita nella sua integrità. Impegno grande e difficile come tutta l'opera educativa, ma indispensabile. Recentemente una scuola primaria di Torino ha tappezzato le scale di accesso alle aule di tabelline pitagoriche per facilitarne la memorizzazione da parte degli alunni. È possibile pensare a qualcosa di simile anche per le regole ortografiche?