Alle elementari del '46 - Una domanda insidiosa: Juve o Toro?

di Gianluigi Camera

Godiamoci questo vivido racconto di Gianluigi Camera, pubblicato nella rubrica “Sul filo della memoria” del settimanale Torinosette, allegato a "La Stampa" del 10 ottobre 2014.
Scopriamo una sorprendente vena narrativa che, dal pretesto del tifo per la squadra del cuore, apre un ventaglio di ricordi del paese amato con i suoi giochi, i suoi dolci paesaggi e il primo addio per proseguire in città gli studi. Il racconto ha la rapidità incisiva e sintetica del ricordo fermo, netto e immutabile per l’età in cui si è formato - la fanciullezza- e la nostalgia commossa e commovente dello sguardo che lo ripercorre. (V. A.)

Se mai l'ottimo Gramellini dovesse leggere queste righe non potrebbe che provare un senso di commiserazione nei miei confronti, ma gli alunni a cui raccontavo questa vicenda I'accoglievano con allegria. La mia storia affonda le radici nei lontani Anni Quaranta del secolo passato. Vivevo a Grazzano Badoglio, un ridente paesino del Monferrato astigiano. C'era un unico sport: il tamburello, che si giocava ieri come oggi nella vasta piazza del paese, ricavata nell'800 tagliando il fianco di una collina e rinforzandola con un robusto muro di contenimento. Tamburello "a muro" è denominata questa forma di sport, perché se la palla batte contro il muro e rimbalza, il tocco non dà luogo a "fallo"; sta all'abilità dell'avversario prevedere l'angolo di incidenza e ribattere. II gioco che già un tempo coinvolgeva tutte le generazioni, dai bimbi delle elementari agli adulti, è ora diventato uno sport con tanto di campionato nazionale, coppa e supercoppa, in cui tra I'altro Grazzano riscuote ancora grandi successi, avendo conquistato gli scudetti degli ultimi tre anni. Il gioco del calcio non esisteva per mancanza di spazi adatti e ancor oggi il tifo paesano è esclusivamente rivolto al "tambass".

Torniamo dunque al passato. Nel 1946 frequentavo la quinta elementare e a quel tempo il passaggio alla scuola media prevedeva il superamento del temutissimo Esame di Ammissione... Nessuno in paese l'aveva mai affrontato. Mia madre espose il problema al parroco che propose di iscrivermi al Seminario di Casale Monferrato per superare l'ostacolo; ma la mia famiglia giudicò prematura la scelta. Si optò quindi per il mio trasferimento a Torino presso una zia insegnante che mi accolse amorevolmente e mi seguì per tutto il periodo degli studi. Dovetti lasciare la famiglia, la vita del paese, gli amici, il verde, i dolci paesaggi monferrini e... il gioco del tamburello. Non ebbi rimpianti a lasciare la scuola dove una maestra austera e manesca somministrava a noi alunni tante sberle quante conoscenze. Ricordo il primo giorno di scuola a Torino bombardata all'indomani della fine della guerra, all'Elementare Santorre di Santarosa: il febbraio del '46. Capitai da un maestro dolcissimo e sapiente che mi riconciliò con la scuola e con la vita. Non ebbi il tempo di sedermi nel banco accanto al nuovo compagno che questi, ancor prima di chiedermi il nome, mi fulminò con la fatidica domanda: "Toro o Juve?". Non avevo mai udito quell'abbinamento di parole, ignoravo in che lingua fossero pronunciate. Capii solo che dovevano rivestire una importanza fondamentale e che dalla risposta sarebbe dipeso il mio rapporto futuro con l'interrogante. Nel contempo non volevo svelare la mia ignoranza. Non sapevo il significato della parola Juve, ma per la mia esperienza contadina sapevo bene cos'era un toro. E risposi sicuro: "toro!". E da allora sono del Toro... Anche il mio nuovo vicino lo era. Un tifo il mio che, nato in quel modo, non poteva che crescere. L'ho trasmesso a mio figlio. Ma in questo caso i miei germi, pur attenuati, hanno trovato in lui un terreno di coltura molto più fertile. Quando però il Toro perde, provo un senso di disagio amaro e malinconico, anche se forse non intenso quanto la rabbia di Gramellini.