La riforma della scuola del secondo ciclo

di Fabrizio Ferrari

In questo mio breve contributo vorrei avviare alcune riflessioni sulla scuola del secondo ciclo, la scuola secondaria di II grado, anche relativamente alla durata del periodo di studi necessario per conseguire il diploma. Vorrei farlo però lontano dalle polemiche contingenti e immaginando l'esistenza, anche in Italia, di un dibattito virtuoso di ampio e lungo respiro sulla scuola, con al centro gli studenti e le studentesse nonché il nostro futuro, e tenendomi lontano da quelle pericolose politiche di risparmio profondamente distruttive e senza prospettive.

Nei mesi scorsi ha attirato la mia attenzione un interessante articolo sulla rivista "Time" del 24 febbraio (http://time.com/7066/the-school-that-will-get-you-a-job/) dedicato alla scuola del II ciclo statunitense, la cosiddetta High School.

L'articolo è particolarmente interessante perché sottolinea come la disoccupazione giovanile, attualmente al 13% circa (http://www.tradingeconomics.com/united-states/youth-unemployment-rate), in pericoloso aumento e il drop-out scolastico a livelli preoccupanti, circa il 7% (http://www.childtrends.org/?indicators=high-school-dropout-rates), abbiano avviato una profonda riflessione sulle riforme necessarie alla scuola superiore, considerate le necessità competitive del paese, le necessità di non creare disoccupazione, soprattutto giovanile, e infine la sostenibilità economica nel lungo periodo. L'aspetto particolarmente interessante, per cui, non lo nascondo, provo una grande invidia, è la volontà di pensare la scuola in relazione alle difficoltà sociali, culturali, economiche vissute dalla nazione; in altre parole una volontà di riformare un sistema scolastico capace di andare incontro agli studenti e alla società nel suo complesso, fornendo percorsi di studio motivanti, interessanti e nello stesso tempo utili ai fini occupazionali.

Le conclusioni a cui sono giunti negli Stati Uniti rappresentano ora i pilastri del loro futuro sistema d'istruzione: una scuola secondaria di sei anni, un forte legame con il mondo del lavoro e la centralità delle competenze STEM (Scienze, Tecnologia, Ingegneria, Matematica).

Attualmente queste scelte sono accompagnate da molti interrogativi: Come mantenere la totale gratuità dell'istruzione pubblica? Un forte legame con le imprese e il mondo del lavoro impoverirà il curriculum culturale generalista? Come potenziare le competenze STEM all'interno dell'orario scolastico?

La voglia di non rimanere indietro (alcuni termini di paragone sono la Corea del Sud con il 98% dei diplomati, la Russia con il 94%, il Canada con il 92%, la Germania con l' 87%) e la necessità di riempire un vuoto occupazionale a fronte di una disoccupazione giovanile crescente (molti laureati con alto profilo e molti "burgher flippers" ovvero giovani senza nessuna specializzazione) sta portando velocemente l'istruzione statunitense a sperimentare un nuovo modello di istruzione superiore di 6 anni chiamato STEM Secondary Schools, fortemente legato a imprese prestigiose (IBM, Microsoft, Procter & Gamble,…) con sicuri sbocchi occupazionali.

Venendo in Italia è sotto gli occhi di tutti quanto l'analisi della situazione sociale, culturale, occupazionale ed economica sia disperata e drammatica per molti aspetti. Sicuramente il nostro paese ha fatto scelte diverse nel passato rispetto agli Stati Uniti, ma c'è da considerare un'emergenza educativa molto seria con cifre pari a più del triplo rispetto agli Sati Uniti per quanto riguarda sia la disoccupazione giovanile e sia l'abbandono scolastico.

Le proposte cui siamo abituati per riformare la scuola sono legate a risparmi immediati, tagliando cattedre, accorpando istituti e sopprimendo direzioni didattiche (circa 100 milioni di risparmio nel 2012 con l'allora ministro Gelmini) e non si riesce oggi a uscire da questa spirale.

Si potrebbe pensare a quale scuola potrebbe qualificare anche i nostri studenti per il mondo del lavoro, confrontarci sul valore delle competenze STEM, sugli sbocchi occupazionali per tutti coloro i quali non frequenteranno l'Università; si potrebbe pensare all'emergenza interculturale, individuando percorsi in grado di creare integrazione e nuova cittadinanza non solo per gli studenti stranieri in Italia, ma anche per gli studenti italiani chiamati ad accogliere, ascoltare e collaborare con nuove diversità religiose e culturali con cui fino ad oggi non siamo abituati a confrontarci.

Attraverso le pagine di questo notiziario (Gianluigi Camera, Risparmio come occasione?, Nuova Vita Magistrale, 473, 4; Fabrizio Ferrari, Studiare le moltiplicazioni, Nuova Vita Magistrale, 474, 4; Fabrizio Ferrari, La scuola ripensa se stessa, Nuova Vita Magistrale, 475, 9-11) abbiamo già richiamato più volte la necessità di un confronto tra la nostra politica e la società civile per avviare un serio dibattito, costruttivo nel lungo periodo, sul sistema d'istruzione nel nostro paese; molte voci più autorevoli l'hanno rilevata con altrettanta fermezza.

Si potrebbe anche ipotizzare di utilizzare i fondi europei per avviare sperimentazioni pilota cercando così finalmente di orientare l'investimento dei miliardi di euro ogni anno spesi senza alcun controllo o ritorno (http://www.lavoce.info/wp-content/uploads/2014/07/fondi-strutturali-euro...).

Lo stesso percorso VALeS, sperimentazione di Valutazione del sistema scolastico e della dirigenza legato ai fondi europei, al momento non ha nessuna ricaduta al di fuori dei pochi istituti coinvolti e comunque gli stessi istituti, a fronte dell'investimento promesso per il piano di miglioramento, relativamente agli investimenti nell'organizzazione e in percorsi sperimentali, ad oggi non hanno ancora messo le mani su nessun euro e le progettazioni sono tutte ferme.

Le soluzioni per parlare di scuola in termini costruttivi, pensando alla competitività dei giovani sul mercato del lavoro, investendo nelle nuove cittadinanze, intervenendo sugli analfabetismi di ritorno sarebbero molte e le risorse si dovrebbero trovare nell'interesse di tutti.