Scuola statale scuola non statale

Premetto che l’espressione "scuola pubblica", spesso nell’uso comune intesa come scuola statale, va chiarita in quanto espressione ambivalente. Infatti correttamente si deve definire "scuola pubblica" sia la scuola di Stato sia la scuola paritaria (pareggiata o parificata, come si diceva un tempo) in quanto tale scuola, avendo acquisito mediante la verifica dell’autorità scolastica, tutti i crismi della parità, svolge una funzione pubblica quanto la scuola statale. Altra cosa è invece la scuola privata, realizzata su libera iniziativa di cittadini, che preparano privatamente gli studenti e si avvale, tutt’al più, di un’autorizzazione da parte dell’amministrazione scolastica.

Detto ciò, faccio presente che chi scrive ha sempre frequentato, durante la sua formazione, la scuola statale, e durante la sua professione ha sempre insegnato in scuole statali. Ha dovuto altresì, col tempo, svolgere la sua funzione ispettiva "conoscendo" sia le scuole statali o le cosiddette "private" o ha dovuto provvedere, mediante verifica, alla parifica o meno di scuole preventivamente autorizzate.

Dalla mia esperienza posso oggi dedurre quanto segue: le scuole si possono suddividere in istituti funzionanti e funzionali sia per serietà e qualità dell’istruzione, sia per livelli di formazione raggiunti dai discenti e in istituti non funzionanti e non funzionali in quanto la perdita di tempo e il basso livello di formazione raggiunto, le colloca nell’area della non efficienza. In altre parole, vi sono scuole "serie" e scuole un po’ meno "serie".

Dipende soprattutto dagli insegnanti ed anche, in minor misura, ma, qualitativamente in misura diversa, dalle capacità dei dirigenti. Dipende poi da tanti altri fattori, non esclusi quelli ambientali, che non sto qui ad enumerare.

Ora è vero che l’art. 33 della Costituzione dice che "enti e privati hanno diritto di istituire scuole ed istituti di educazione senza oneri per lo stato", ma in pratica il "senza oneri per lo stato" non si realizza, sia per il ragionamento fatto precedentemente sulla funzione pubblica della scuola paritaria, sia perché l’intervento può essere indiretto, sia attraverso le borse di studio, sia tramite interventi regionali o di enti locali. Ma gli articoli fondamentali che tutelano la scuola, la cultura e la ricerca sono ancora il 33 e il 34, che nell’individuare il compito dello stato di mettere tutti in grado di raggiungere, se capaci e meritevoli, i più alti gradi di istruzione e di rimuovere gli eventuali ostacoli di carattere economico-sociale, previsti per altro anche dall’art. 3, crea le condizioni, di accessibilità per tutti e, entro certi limiti, di gratuità di frequenza alla scuola. Ma c’è un particolare che sfugge a molti; la Costituzione lo prevede per "i capaci e i meritevoli", non certo per "oves et boves"...non è prevista una scuola facile, ma una scuola di qualità!

Ed allora ecco i limiti della scuola privata (la paritaria ha i suoi meriti, pur con qualche sacrificio economico, quando è seria e ben gestita, come s’è detto): il recupero anni previo esborso per i portafogli più ricchi e l’avventura, che a volte riesce, di conseguire il diploma in corsi di recupero più o meno raffazzonati e pubblicizzati.

Quindi è compito precipuo dello Stato difendere la "sua" scuola e potenziarla anche con tempo pieno (ecco perché a volte, quando i genitori lavorano entrambi, scelgono le scuole paritarie, specie se gestite da religiosi), con incentivi economici per la categoria degli insegnanti. Senza dubbio vi è un problema di riduzione del numero e di qualificazione del personale docente mediante concorsi da ripristinare dopo più di un decennio, ma i risparmi ottenuti con una politica più oculata e selettiva potrebbero servire al potenziamento del tempo scuola e ad evitare che le spese della scuola stessa, a cominciare dal materiale didattico o addirittura di pulizia fino ai corsi complementari (come spesso avviene negli ultimi tempi) siano talora a carico dei genitori. Non parliamo poi della riduzione delle ore di sostegno a favore dei disabili, per cui il Ministero, in una sentenza del marzo 2011, è stato condannato a La Spezia per inadempienza.

Ricordiamoci, e questo l’ha rammentato anche il Presidente della Repubblica in un recente intervento, che le spese che qualificano un paese moderno sono quelle dell’investimento nella scuola, nella cultura e nella ricerca, che sarà un investimento che non darà i suoi risultati nel breve tempo (una frase veramente infelice quella di dire che "con la cultura non si mangia!"), ma che crea, alla lunga, non solo le premesse per la maturazione culturale e civile di un popolo, ma altresì per l’arricchimento anche materiale, oltre che turistico e sociale nel quadro generale dello sviluppo di una nazione.

Mattia Ferraris