Ma la notte no...

Molti testi poetici possono essere letti come metafore. Anche la celebre canzone di Renzo Arbore, o almeno il suo titolo, può essere interpretato in questo senso.
Anche se, a dire il vero, la validità estetica di quel testo è tutta da dimostrare: non è questo che ci interessa.
La metafora - ci hanno insegnato a scuola - presenta una successione logica di parole che si prestano a descrivere una realtà “altra” diversa da quella che appare ad una prima lettura.

Il titolo del noto romanzo di Brancati, Il deserto dei Tartari, oltre a indicare un imprecisato luogo geografico, sta a descrivere un stile di vita, un modo di essere, un habitat doloroso e contraddittorio assurdo e kafkiano.
Se si legge il testo scherzoso, volutamente banale della canzone di Arbore, si percepisce l’indicazione di un tempo e di un luogo protetti, un’oasi silenziosa e tranquilla - la notte appunto - in cui le contraddizioni si compongono e si placano:

Ogni giorno è una lotta
chi sta sopra e chi sta sotto
ma la notte no

Spesso penso alla scuola e tento di applicarvi la metafora parafrasata della canzone: Ma la scuola no…

La scuola dovrebbe essere, ma non è, un luogo privilegiato di vita e di crescita, un’oasi non separata dal mondo ma pensata e voluta dal mondo per allevare nel miglior ambiente possibile le generazioni del futuro.
Non si tratta ovviamente di pensare ad una torre di avorio (altra metafora…) dove rinchiudere, in una atmosfera rarefatta, i nostri figli, quasi in un’incubatrice, ma di organizzare un’esperienza di vita con cui affrontare i problemi della vita senza subire l’assalto del quotidiano, le carenze economiche e strutturali, l’indifferenza in cui versa la scuola oggi.
Un ambiente autenticamente educativo per essere tale necessita di una organizzazione generale di struttura che ne garantisca la qualità.
Le carenze di fondi, i tagli degli orari e delle compresenze, i ranghi ridotti al lumicino del personale dirigente - attualmente ne mancano circa 2.000 su un organico nazionale di 10.000 sedi - i ruoli degli ispettori tecnici pressoché azzerati. Per il Piemonte, per tutte le scuole di ogni ordine e grado, sono attualmente in servizio due sole figure ispettive. E tutto questo per pure ragioni di contenimento di spesa pubblica. E in un momento in cui si sta avviando la riforma del grado superiore e si avvia a compimento quella del prima grado. Proprio per ovviare alle intrinseche carenze del sistema, ci sarebbe bisogno di un governo attento e sicuro capillarmente diffuso.

Ma la scuola no...

Ma veniamo alla qualità del servizio. Perché è noto che l’apporto degli addetti ai lavori, la loro professionalità e motivazione costituiscono il punto di maggior incidenza sulla qualità del sistema, nella scuola come in ogni altro tipo di attività.
Le carenze di formazione iniziale ed in servizio del personale sono evidenti, disseminate a macchia di leopardo con vistosi indici di differenziazione da zona a zona, da scuola a scuola e anche nell’ambito della stessa scuola.
Carenze sul piano dei contenuti disciplinari, ma ancor più sul piano metodologico didattico e relazionale. Rimangono nuclei ridotti di personale eccellente - direi - soprattutto tra le leve non più giovanissime, leve selezionate attraverso i concorsi ordinari che un tempo caratterizzavano con regolare scansione le immissioni in ruolo. Se non vado errato, l’ultimo concorso risale al 1999… Leve cresciute professionalmente in un clima di forte motivazione per il proprio lavoro. Ma per effetto dei pensionamenti questo personale si va assottigliando.
Ancora rivivo la sofferenza del dirigente scolastico all’annuncio di un pensionamento, di un trasferimento ad altra sede di docenti nel pieno della maturità umana e professionale: non era solo il cruccio sul piano umano ed affettivo, ma la considerazione di un turn over sempre più difficile e precario.

Ma la scuola no...

I nostri alunni hanno bisogno di docenti validi, saggi, colti, preparati e selezionati con rigore. Nella scuola si gioca il futuro del nostro paese e del destino di ciascuno.
Lo sanno i politici di ogni colore e lo gridano alla vigilia di ogni tornata elettorale. Ma, nel momento della crisi, i primi tagli sono per la scuola. Molti docenti validi esistono ancora, ma l’assoluta assenza di ogni valorizzazione di professionalità, l’appiattimento di ogni carriera finiscono per raffreddare gli entusiasmi e spegnere le motivazioni. Ogni forma di valutazione e di autovalutazione è lasciata all’iniziativa volontaria.
Stupisce a tal proposito la contraddizione di tanti collegi che da un lato lamentano l’appiattimento delle professionalità e dall’altro rifiutano le forme sperimentali di valutazione proposte dal Ministero, anche se carenti ed incomplete. Forse la scuola predica bene e razzola male?

Ma la scuola no…

Un’ultima riflessione vorrei dedicare alla dirigenza scolastica. Spesso mi soffermo a riflettere sulla trasformazione della figura del capo di istituto nell’arco dell’ultimo mezzo secolo. Negli anni Sessanta del secolo scorso, epoca del mio ingresso nel ruolo dei direttori didattici, la figura del capo di istituto era, secondo la visione di Giuseppe Lombardo Radice, il Maestro dei Maestri. Il direttore si occupava essenzialmente di didattica, lavorava accanto ai docenti, visitava le classi, assisteva alle lezioni, interrogava gli alunni, redigeva analitici verbali di visita ricchi di consigli e di esortazioni per gli insegnanti di cui valutava annualmente il rendimento. Gli impegni amministrativi erano ridotti al minimo. L’Ufficio di Segreteria era retto dalla sola figura del segretario. Per la scuola elementare il segretario era un insegnante elementare scelto dal direttore stesso quasi a costituire una sorta di prolungamento della attività didattica anche per i compiti amministrativi.
Posso testimoniare per esperienza personale che molti maestri - segretari hanno costituito la fortuna di tante scuole.
Non voglio certo auspicare un ritorno anacronistico e antistorico a quelle forme.
Basti ricordare che la stessa denominazione di direttore didattico costituisce una contraddizione in termini. La didattica non si può dirigere, ma coordinare, stimolare, sollecitare, mai imporre dall’alto come purtroppo avveniva in molti casi.
Ho voluto soffermarmi su questa nota passatista, per evidenziare che oggi assistiamo, in molti casi, ad un capovolgimento della situazione, con risultati forse peggiori del rimedio.
Il dirigente manager si occupa essenzialmente di organizzazione generale e di amministrazione. È preso dal culto dei massimi sistemi, spesso travolto da mille lacci burocratici e vittima degli stessi. A volte proviene da ordini di scuola e da formazioni culturali totalmente estranei all’ordine di scuola chiamato a dirigere. I docenti vedono in lui non il leader pedagogico, ma il burocrate custode della norma.

Ma la scuola no…

Il concetto di comunità scolastica oggi fortemente in disuso ha bisogno di ruoli e di figure che insieme collaborino a dare risposte ai bisogni degli allievi. Occorre che il dirigente conosca a fondo la fatica dei docenti di quel certo ordine di scuola in cui egli opera, che abbia il tempo, la passione e la capacità di sporcarsi le mani, di valorizzare e gratificare i docenti, di dialogare con gli allievi e le famiglie, che creda profondamente nell’idea che la relazione educativa che si celebra ogni giorno, in ogni aula da parte di ogni docente sia l’essenza più alta e qualificante dello status di educatore.

Gianluigi Camera