Editoriale

Buon Anno!

Credete che sarà felice quest’anno nuovo?
Oh illustrissimo sì, certo.
Come quest’anno passato?
Più più assai.
Come quello di là?
Più più illustrissimo.
Giacomo Leopardi
(dal “Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggero”)

La scuola ha scadenze diverse rispetto al calendario civile.
Il capodanno coincide con il primo settembre e, almeno per gli alunni, S. Silvestro cade in giugno.
Conserva qualche affinità con l’anno agricolo da cui deriva e con le cicliche scadenze della vendemmia e della mietitura.

Il vecchio uomo di scuola ricorda la sua adolescenza contadina, quando le lezioni terminavano in tempo per la raccolta del grano ed iniziavano quando il mosto bolliva nei tini.

Quante cose sono cambiate da allora, al di là della spalmatura dei giorni di scuola su due anni civili.
E l’inizio di quest’anno scolastico rischia di rappresentare una vera rivoluzione, non certo in senso positivo, come ho cercato di sottolineare con la ironica citazione leopardiana.

Per la scuola primaria, il primo scenario che si presenta consiste in una estrema girandola di forme di organizzazione oraria tra scuola e scuola, tra classe e classe della stessa scuola e, non tanto per le richieste delle famiglie, quanto per la difficoltà di adattare, in moltissimi casi, la stretta coperta dell’organico assegnato alle esigenze dell’utenza.

Sino ad ora, almeno a livello di scuola elementare, ci trovavamo in presenza di due tipi fondamentali di orario: il tempo pieno ed il cosiddetto modulo.

Due articolazioni diverse, ma sostanzialmente paritarie per ciò che riguardava il tempo d’aula degli alunni: 30 ore settimanali per entrambi i tipi ancorché modellate in forme diverse. A queste si aggiungevano le 10 ore per le cinque mense settimanali del tempo pieno ed un minore ma congruo numero di ore di mensa per i moduli. Il 10% circa del tempo scuola di entrambi i modelli era riservato alle forme di compresenza, caratteristica questa di fondamentale importanza per garantire un profilo qualitativo alla scolarizzazione. È opportuno ripetere che l’elemento qualificante del tempo pieno non sta nella quantità del tempo offerto, ma nella possibilità di un utilizzo mirato delle ore di compresenza
Già con la Riforma Moratti (2003), specie nella nostra provincia, invalse l’abitudine, per soddisfare le richieste sempre più numerose delle famiglie, ed in assenza di specifici posti di tempo pieno, di “rabberciare” forme di scolarizzazione anche fino a 40 ore, spesso senza compresenza, stiracchiando i tempi dei moduli con ogni possibile architettura oraria.

Capi di istituto e organi collegiali, col tacito assenso dei responsabili provinciali e regionali, forse per un eccesso di attenzione alle esigenze sociali, privilegiarono di fatto un percorso più quantitativo che qualitativo.

Nacquero modelli di scolarizzazione ibrida che mi rifiuterei di definire di “tempo pieno” perché del tempo pieno, nella maggioranza dei casi, non si era in grado di garantire gli spazi della compresenza; talvolta la si sottrasse alle stesse classi di tempo pieno storico.
Ora con la Riforma Gelmini la situazione rischia di degenerare al punto tale che ogni classe può presentare un orario variante da un minimo di 24 ore, con un crescendo graduale sino alle 40 ore del “tempo pieno ibrido” e del “tempo pieno storico”.

Una situazione - penso - unica in Europa non più dettata dalle esigenze formative, ma dalle contingenze dell’organico e dal bisogno di assistenza agli alunni.

Un secondo scenario non meno preoccupante, ma che già comincia a delinearsi, sta nella richiesta delle scuole con organico ridotto - quelle per intenderci che non posseggono o posseggono in numero limitato sezioni di tempo pieno storico - di posti alle scuole che detto modello hanno consolidato nel tempo.
Una guerra “tra poveri“ insomma, certo comprensibile e condivisibile da un punto di vista della giustizia distributiva, ma tale da portare, oggettivamente, nel quinquennio, ad una progressiva erosione delle compresenze in tutte le scuole.

Ho detto nel quinquennio perché la Riforma Gelmini estenderà progressivamente l’assegnazione delle 27 ore a tutte le classi dell’ex modulo, mentre, come è noto, la richiesta delle famiglie vede in percentuali altissime richieste di 40 ore e di 30 con l’aggiunta di tempi mensa. Allo scadere del quinquennio (2013) quante classi a tempo pieno vero avremo ancora nella nostra provincia?
È giunto il momento di cominciare a riflettere sul modello che vorremmo poter assicurare alla nostra scuola primaria.

È giusto privilegiare un modello che punti a coprire la quantità oraria anche a scapito della qualità del servizio?

E ancora, la scuola ha il compito di perseguire una alfabetizzazione culturale dignitosa oltre a venire incontro a richieste di assistenza da parte delle famiglie. Non potendo garantire, come per il passato, entrambe le richieste su cosa dovremo puntare ?

In questo scenario che lascio al lettore definire, l’Associazione Tommaseo, che nei suoi oltre cento anni di vita ha attraversato ogni sorta di traversie, continua, con le sue forze e con quelle dei lettori e collaboratori, ad impegnarsi per migliorare questa scuola, partendo dalla situazione attuale, ma con lo sguardo teso al futuro.

Oltre alle forme di consulenza ed alla pubblicazione dei quattro numeri del Notiziario, sono previsti:
:: Corsi di formazione per docenti;
:: Prosecuzione del gruppo di ricerca sull’autovalutazione del sistema Scuola;
:: Formazione di un nuovo gruppo di ricerca e produzione sul tema della Cittadinanza;
:: Raccolta antologica di narrativa per bambini, riservato agli adulti;
:: Forme seminariali di riflessione sui cambiamenti della scuola.

L’Associazione non molla. L’augurio è che tutti, docenti e dirigenti, possano fare altrettanto. Perché, per dirla con le parole di un noto cantautore: ”la vita è adesso”.
Gli allievi non possono attendere. Quel che non diamo loro oggi è perso per sempre.

Gianluigi Camera