La Preistoria, questa sconosciuta

(Prima parte)

La storiografia classica

La tradizione umanistica italiana tende ancora oggi a considerare lo studio della preistoria come una scienza per specialisti. Il processo dell’evoluzione della specie umana, che affonda le sue radici nelle oscure origini degli ominidi africani, sarebbe nient’altro che una lunga fase che precede la “vera” storia, concepita come narrazione delle imprese umane attraverso la scrittura.

Da qui deriva l’impostazione tradizionale dei testi dei vari gradi di scolarità, che anche in tempi recenti hanno fatto coincidere l’inizio della storia con il sorgere delle civiltà mediterranee. Il che tende a far dimenticare che le comunità umane, prima di tramandare le loro gesta imprimendo caratteri su papiri o tavolette di argilla, hanno affrontato, lungo l’arco di milioni di anni, le macroscopiche variazioni climatiche, le infinite insidie dell’habitat, l’urgenza di soddisfare i bisogni primari di riparo, di difesa, di predazione degli animali, di tutela della prole, di propiziazione delle forze della natura.

Da parte loro, i testi della scuola primaria, nell’intento di elementarizzare l’approccio alla preistoria, hanno seguito in generale la tendenza ad “appiattire” lo spessore incommensurabile del paleolitico, riducendolo allo stereotipo dell’uomo coperto di peli che abita le caverne e affronta con ciottoli e clave gli orsi e i mammuth; salvo presentare subito dopo scene idilliache di comunità del neolitico che vivono in spaziose capanne, cacciano gazzelle, pescano, conciano pellami animali, tessono e macinano granaglie, intrattenendosi piacevolmente attorno a grandi fuochi accesi.

L’immaginario infantile

In mancanza di quadri meno improvvisati e superficiali di un universo che peraltro non manca di affascinarli, i bambini tendono a creare scene fantasiose e improbabili, ispirandosi ad una copiosa produzione grafica e multimediale di indiscusso fascino anche se non di rado di modesta attendibilità scientifica.

In particolare non mancano di acquisire una minuziosa cultura sull’universo dei dinosauri, considerandoli coevi all’uomo e attribuendone la scomparsa ad una pioggia di “missili” da cui solo i coccodrilli e gli ippopotami si salverebbero rifugiandosi sott’acqua, per poi ricomparire al termine del finimondo. Il tutto mentre una “signora primitiva”, passando casualmente ai margini di una foresta in fiamme, scopre che il pezzo di carne sanguinolenta che porta con sé prende a rosolare, creando in tal modo il primo arrosto della storia.

L’immaginario infantile è imprevedibile e certamente più ricco e fecondo di quanto non si sia indotti a supporre: quando l’insegnante cerca di esplorare quanto rientri nelle competenze già acquisite dai bambini, si rende conto che occorre prima di tutto mettere ordine in un disarticolato e pittoresco armamentario di intuizioni, di credenze, di suggestioni, prima di affrontare gli argomenti in forma scientifica ancorché elementare.

La diacronia della Preistoria

Ad un bambino di otto anni che affronti per la prima volta la preistoria si impone un “salto” cronologico che lo porta a passare dalle temporalità brevi degli eventi, delle fasi di vita, degli archi generazionali, a temporalità di lunghissimo respiro misurabili in milioni di anni, se si considera che i resti dei primi ominidi risalirebbero a circa cinque milioni di anni fa e che l’ “homo habilis” farebbe la sua comparsa in Africa due milioni e mezzo di anni dalla nostra èra.

La difficoltà consiste nel fatto che il bambino deve realizzare un mutamento radicale di prospettiva che mette a dura prova le sue stesse capacità concettuali. Il problema non si risolve certo con premature astratte classificazioni, ma esige che si dia a poco a poco concretezza al susseguirsi estremamente lento delle ere geologiche, determinato dalle derive dei continenti, dall’alternanza di glaciazioni e di periodi interglaciali, dalle conseguenti regressioni del mare e delle terre. Ere queste lungo le quali si vanno determinando forme di adattamento e di progresso della specie umana che impara a sfruttare la sua forza fisica, a modificare la sua postura, ad affinare le tecniche di raccolta spontanea e di caccia, a trasformare un habitat spesso insidioso e inospitale, ad inseguire le mandrie degli erbivori nella loro continua transumanza….

La Preistoria attorno a noi

L’incommensurabile lontananza e durata delle ere può dare al bambino la percezione di un mondo stratosferico, inafferrabile anche solo con l’immaginazione. Tuttavia il rendersi conto che determinate tracce dell’uomo preistorico sono reperibili e che, volendo, è possibile raggiungerle, può contribuire a rendergliele più familiari: i reperti umani e animali delle grotte di Toirano e dei Balzi Rossi, le incisioni rupestri del Monte Bego e della Val Camonica, per non citare che le tracce più note e vicine attestanti la presenza dell’uomo, possono diventare mete affascinanti di scoperte, alle quali gli insegnanti possono far accedere gli alunni, purché a conclusione di adeguati periodi di preparazione.

Attraverso l’approccio a siti preistorici i bambini possono toccare con mano l’esistenza di metodi specifici di scoperta e di indagine ad opera di archeologi e di paleontologi, il cui compito consiste nel portare alla luce i reperti, nel datarli, classificarli, interpretarli, contestualizzarli: ripari sotto roccia, grotte sotterranee, ammassi di ossa animali, impronte umane, utensili litici variamente lavorati, resti di focolari, di tombe, di scheletri, di incisioni rupestri…

Tracce e documenti

Sotto il profilo didattico i reperti archeologici rappresentano tracce che attestano come in determinati luoghi e in determinate fasi della vicenda evolutiva i gruppi umani abbiano affrontato i bisogni legati alla sopravvivenza.

Il punto di partenza può consistere anche soltanto nel presentarli attraverso fotografie chiare, significative, bene inquadrate, a colori naturali; nel “situarli” in un’area geografica ben definita; nel confrontarli con altri della medesima tipologia; nell’ “interrogarli” per ricavarne notizie e per inferirne considerazioni.
Sarebbe preferibile ovviamente esaminare i reperti al vivo, in un museo o in un sito preistorico. Occorre tuttavia tener presente che la visita ad un museo non ha di per sé il potere taumaturgico di appassionare i piccoli visitatori: le collezioni di strumenti litici come gli esemplari di crani o di scheletri umani potrebbero ingenerare nei bambini una noia mortale, quando non un’invincibile ripugnanza.

Ben vengano dunque le visite guidate, ma a due condizioni: che siano adeguatamente preparate ad evidenziare particolari significativi, atti cioè a creare quadri concettuali e a dare risposte a interrogativi reali; che i reperti inoltre siano inseriti in contesti adeguati e pertinenti (scene di raccolta, di caccia, di vita comunitaria e di lavoro in varie fasi della vicenda umana…)
Il bambino, per comprendere, deve poter contestualizzare il documento in un habitat: condizioni climatiche, natura del terreno, tipo di flora spontanea, presenza di ripari naturali, disponibilità di selvaggina migrante o stanziale, affinamento degli strumenti di predazione, di macellazione, di utilizzo delle parti non commestibili dell’animale.

Interrogare i documenti

La traccia, datata, contestualizzata, catalogata, esaminata, diventa documento.

Da un punto di vista didattico il documento acquista significato nella misura in cui si presta a rispondere a determinati interrogativi che prendono forma nella mente del bambino a mano a mano l’argomento lo interessa e lo stimola.
Quali vantaggi arrecò all’uomo la progressiva conquista della stazione eretta? Quali mutamenti introdusse la scoperta del fuoco? Come riuscirono le piccole comunità del paleolitico a ripararsi in assenza di grotte naturali? La raccolta spontanea dei frutti fu sostituita dalla caccia e dalla pesca o proseguì nel tempo? Per quali motivi la caccia richiese particolari doti di destrezza, di organizzazione, di suddivisione dei ruoli? Che cosa spinse l’essere umano a seppellire i suoi defunti? A quale scopo egli prese a incidere e a dipingere le rocce? Come e dove si svolgevano i riti di propiziazione, di iniziazione, di magia? Come potevano realizzarsi le prime forme di aggregazione e di vita in comune? Perché e come le tribù nomadi divennero a poco a poco stanziali?...
Attraverso una serie varia e copiosa di documenti opportunamente selezionati l’insegnante dovrebbe poter avviare il bambino a porsi problemi, a formulare ipotesi, a discuterle in gruppo, ad avvertire il bisogno di approfondire determinati filoni di ricerca e di rintracciare i “tasselli mancanti” di determinate conoscenze.

Nel prossimo numero cercheremo di affrontare alcuni interrogativi tra quelli accennati, procurando non tanto di fornire al bambino risposte preconfezionate, quanto piuttosto di proporre strategie che lo portino a costruire le “sue” risposte in modo attendibile e convincente.

Lia Ferrero